Bangladesh | Vittime dell’acido

Il Bangladesh è una nazione incastonata tra India e Birmania. Un grande delta alla confluenza di due fiumi, Gange e Bramaputhra, poco più grande dell’Italia del nord ma con una popolazione che supera i 160 milioni di abitanti. Questa premessa è utile per capire come una concentrazione umana in un territorio così limitato possa generare compressione sociale ed essere spesso motivo di violenza ed aggressività. E’ questo il panorama umano nel quale si consuma una tra le maggiori atrocità contro la donna. 20.000 ragazze, ogni anno, vengono punite gettando loro dell’acido solforico, per il solo fatto di rifiutare matrimoni combinati o denunciare l’uomo che le ha stuprate. Gli uomini non considerano il rifiuto come un diritto e si vendicano distruggendo con l’acido corpo e anima di chi ha osato negare loro il potere assoluto sulle vite altrui.
Dopo quel gesto estremo la donna (se sopravvive) inizia una slavina di dolore che durerà per tutta la vita. Un dolore che non è solo fisico ma soprattutto psicologico, dal momento che la stessa famiglia la costringerà a nascondersi per la vergogna di una colpa che non ha commesso. Da vittima a responsabile della sua tragedia. Corpi distrutti e vite negate sono il panorama futuro che accompagnerà per sempre le loro esistenze. Incontro Bina, una ragazza di 19 anni, ancora bellissima, nonostante metà del suo volto è bruciato dall’acido. Mi racconta la sua odissea e si offre di accompagnarmi in tanti villaggi rurali dove altre vittime vivevano nascoste e recluse per la vergogna delle famiglie. Vittime due volte.
Ho trascorso settimane tra paesaggi lussureggianti pieni di bellezza che sparivano alla vista di tanta devastazione fisica. Le ferite, le piaghe, l’isolamento sociale, la sicurezza di avere davanti una vita senza speranza futura. Ricordo il lavoro nell’unico ospedale di Dhaka…le urla di queste poverette durante le medicazioni, gli odori nauseabondi delle infezioni e gli sguardi disperati di ragazze, che senza nessuna colpa, erano costrette ad un calvario insopportabile.
E’ stato sicuramente il reportage, tra quelli da me realizzati, più duri da sopportare.
Quando fu pubblicato su D la reazione del pubblico fu immediata. Medici, aiuti in denaro, solidarietà di vario tipo si mossero a sostegmo di queste ragazze. Il mio reportage fu ripreso da molte testate internazionali e questo aiutò non solo la conoscenza del problema ma aiuti fattivi da tante direzioni. L’eco internazionale che ebbe costrinse il governo del Bangladesh, due anni dopo, a decidere di istituire nel loro ordinamento giuridico la pena di morte. Fino ad allora nessun uomo era mai stato condannato.

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